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Locazioni commerciali: il governo deve agire

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Il 60% del canone come credito di imposta non è sufficiente. Il governo deve fare di più per chi esercita attività

Abbiamo già detto qual’è la situazione delle locazioni commerciali durante l’emergenza coronavirus. In sostanza lo Stato prevede un credito di imposta del 60% ma non obbliga alla sospensione o alla riduzione del canone di locazione, neanche per il periodo totale di chiusura. Lo strumento che viene lasciato al cittadino rimane l’art 1467 del codice civile, ossia la risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta e l’eventuale modifica delle condizioni contrattuali. E’probabile che in tale quadro normativo la conflittualità tra proprietari e conduttori crescerà esponenzialmente. Ciò accade sistematicamente quando c’è mancanza di liquidità. Le aule di giustizia saranno piene di casi di proprietari che pretendono il canone di affitto per intero e di conduttori che non vogliono o non possono onorarli. Le decisioni sui singoli casi saranno lasciate ai Tribunali ma a nostro parere il governo dovrebbe fare di più.

I canoni di locazione andavano sospesi o quanto meno ridotti per tutto il periodo di chiusura per il coronavirus

Non è giusto che a pagare la situazione emergenziale siano solo coloro che esercitano l’attività, il problema deve essere quanto meno condiviso con i proprietari

Il credito di imposta del 60% vuol dire in termini pratici che i conduttiori di locazioni commerciali che hanno versato il fitto potranno compensare il 60 % del canone pagato nei mesi di lockdown con altre imposte. Il problema principale di chiunque abbia un’attività con in corso un contratto di locazione commerciale è quasi sempre la liquidità, dunque dover onorare l’importo intero di canone di locazione rappresenta nella maggior parte dei contesti una criticità. I fitti delle attività chiuse dal coronavirus andavano sospesi o quanto meno ridotti per il periodo del lockdown prevedendo eventuali crediti di imposta per i proprietari. Del resto ci si trova di fronte ad una situazione emergenziale senza precedenti, ed una misura del genere sarebbe stata certamente giustificata. Non è possibile che i proprietari non vengano minimamente toccati dall’emergenza, e non si può lasciare una situazione del genere alla discrezione e alla sensibilità di uno dei  contraenti. Lasciare la regolamentazione contrattuale alla libertà dei contraenti penalizza chi esercità attività, il quale può soltanto chiedere la risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ( che vuol dire di fatto chiudere l’attività per attendere tempi migliori per trasferirsi)  o sperare che il proprietario accetti di modificare le condizioni contrattuali. (art 1467 cc Nei contratti….. se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto……. la parte contro la quale è domandata la risoluzione può evitarla offrendo di modificare equamente le condizioni del contratto). Inoltre se anche il proprietario accetti di modificare le condizioni contrattuali, ciò non significa che sia obbligato a rinunciare ai canoni di locazione per il periodo del lockdown. E’assolutamente discutibile infatti che ” modificare equamente” possa coincidere con rinunciare a due interi canoni di locazione. Di fatto il piccolo imprenditore è stato lasciato solo, davanti alla libera scelta della propria controparte e ciò sinceramente vista la singolarità e la gravità dell’emergenza che stiamo vivendo non ci sembra giusto. Ogni provvedimento del governo è stato teso a cercare di salvaguardare il lavoro, e non è dato comprendere perchè sulle locazioni commerciali sia stato fatto così poco.

Avv. Italo Carbone

 

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