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Le lacune del decreto Salvini e la sentenza di Bologna

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La sentenza del Tribunale di Bologna, sezione civile, sull’iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo, ha scatenato un terremoto politico. Essa è contro la legge per il Ministro degli Interni, fondata sui principi costituzionali per il Tribunale e per diversi sindaci.  Come spesso accade in queste situazioni, i media non riescono a far capire completamente quale sia il merito della questione, un pò perchè le tematiche sono di tipo tecnico-giuridico, un pò perchè quando l’oggetto di una sentenza diventa oggetto di dibattito politico anche gli organi di comunicazione sono portati a far pendere la discussione dalla parte per la quale sono più vicini. Cerchiamo con questo articolo di far capire quali sono i termini della questione in modo che ognuno possa farsi un’idea anche se non è un avvocato, in conclusione diremo la nostra.

Cosa prevede il decreto salvini

Il cd decreto salvini, il n. 113/2018, su immigrazione e sicurezza all’art 13 prevede che chi ha ottenuto il permesso di soggiorno in qualità di richiedente asilo non ha titolo per l’iscrizione all’anagrafe. La norma è esplicita ed è stata inserita nel dlgs 142/2015 al comma 1 bis dell’art 4. L’intento del legislatore era stato quello di evitare che il permesso di soggiorno temporaneo rappresentasse il presupposto per ottere l’iscrizione all’anagrafe comunale.

Cosa ha stabilito la sentenza di Bologna

E’ stato ordinato al comune di iscrivere all’anagrafe i richiedenti asilo

Su ricorso presentato da due richiedenti asilo con permesso di soggiorno temporaneo in italia, che chiedevano di essere iscritti all’anagrafe del Comune di Bologna, che gliel’aveva negata applicando il summenzionato decreto, il Tribunale ha accolto la richiesta ordinando al Comune di iscrivere i due richiedenti all’anagrafe comunale. Perchè? Secondo il Tribunale bolognese l’iscrizione all’anagrafe è importante per consentire ai richiedenti asilo di esercitare una serie di diritti costituzionalmente garantiti che lo Stato è tenuto a riconoscere e lo stesso decreto non nega. Pensiamo alla nomina di un medico di base che si può ottenere soltanto se si è iscritti all’anagrafe comunale; alla possibilità di prendere la patente, o di aprire un conto corrente bancario, o partecipare ad un corso di formazione. Il giudice felsineo sostiene che il divieto di iscrizione all’anagrafe renderebbe più gravoso in maniera ingiustificata, per i richiedenti asilo esercitare diritti che gli sono riconosciuti. La permanenza nel territorio nazionale dei richiedenti asilo per il tribunale è tale ( mediamente un anno) da determinare l’esistenza del requisito della dimora abituale presupposto per l’iscrizione anagrafica a parità di condizioni con il cittadino italiano.

Chi ha ragione?

Il decreto salvini pone un divieto senza specificare la modalità di esercizio di diritti che invece sono garantiti dalla Costituzione. 

Nel decreto Salvini viene espressamente affermato che il richiedente asilo non ha titolo per l’iscrizione all’anagrafe. Tuttavia è fuor di dubbio che il richiedente asilo permane nel territorio nazionale un tempo sufficiente per ottenere il requisito della dimora abituale, presupposto per ottenere la residenza. Secondo alcuni l’interpretazione del Tribunale è coerente con i principi generali dell’ordinamento in quanto essa applica la legge ordinaria sulla residenza, ( invece di applicare il decreto salvini) cioè avendo accertato che il richiedente asilo permane regolarmente sul territorio nazionale per un periodo consistente, non gli si può negare il diritto all’iscrizione all’anagrafe. Il decreto Salvini avrebbe semplicemente impedito l’automaticità dell’iscrizione all’anagrafe che avveniva precedentemente, quando lo Sprar ( servizio centrale del sistema di protezione per i richiedenti) comunicava al Comune la presenza del richiedente asilo e questi otteneva l’iscrizione all’ufficio anagrafe comunale, esso cioè non ha cambiato i presupposti per l’iscrizione all’anagrafe. Altri ritengono invece che il Tribunale avrebbe dovuto sottoporre la norma di cui all’art 13 del decreto salvini al vaglio della Corte Costituzionale perchè esso impedisce o comunque rende più gravosi l’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti. Secondo noi la questione è prettamente burocratica ed è determinata dalla superficialità con la quale è stato redatto il decreto. Non vi è dubbio che il decreto Salvini impedisca l’iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo esso richiama anche i due provvedimenti generali che regolano l’iscrizione all’anagrafe il dpr n.223 del 1989 e il Dlgs n. 286 del 1998. Tali richiami superano l’obiezione che il decreto salvini non abbia modificato la legge ordinaria perchè esso esplictamente le richiama per negare che ai richiedenti asilo esse si applichino. Tuttavia dopo questa norma il decreto avrebbe dovuto chiarire la modalità con la quale i richiedenti asilo potevano esercitare i diritti costituzionalmente riconosciuti. Il riferimento al luogo del domicilio inserito al comma successivo non sembra essere esaustivo. In altre parole il decreto ha imposto un divieto, che di fatto comporta la negazione o meglio la difficolta di esercizio di altri diritti che invece sono costituzionalmente riconosciuti. Il Governo deve intervenire immediatamente sul tema, altrimenti ci sarà un caos e la richiesta di iscrizione all’anagrafe dei richiedenti asilo sarà decisa dalle singole interpretazioni dei giudici aditi. Una soluzione possibile potrebbe essere quella di creare un registro dell’anagrafe ad hoc per i richiedenti asilo in tutti i comuni d’Italia, in questo modo chi è in attesa dell’accoglimento della domanda potrà esercitare i diritti costituzionalmente garantiti senza difficoltà.

Art 13 Decreto Salvini n 113/2018

 1. Al decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 4:

1) al comma 1, e’ aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il permesso di soggiorno costituisce documento di riconoscimento ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.»;

2) dopo il comma 1, e’ inserito il seguente:

«1-bis. Il permesso di soggiorno di cui al comma 1 non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, e dell’articolo 6, comma 7, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.»;

b) all’articolo 5:

1) il comma 3 e’ sostituito dal seguente:

«3. L’accesso ai servizi previsti dal presente decreto e a quelli comunque erogati sul territorio ai sensi delle norme vigenti e’ assicurato nel luogo di domicilio individuato ai sensi dei commi 1 e 2.»;

2) al comma 4, le parole «un luogo di residenza» sono sostituite dalle seguenti: «un luogo di domicilio»;

c) l’articolo 5-bis e’ abrogato.

Avv. Italo Carbone

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