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DECRETO INGIUNTIVO A TITOLO DI SALDO DEL COMPENSO DOVUTO PER LA PRESTAZIONE PROFESSIONALE ESEGUITA

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CORTE DI CASSAZIONE 

Civile Ord. Sez. 2 Num. 22198 Anno 2017

 

RILEVATO CHE

La vicenda oggetto del giudizio trae origine dall’incarico professionale che i coniugi Zennaro Antonio e Cantatore Maria Antonia conferirono al geom. Salinaro, in relazione alla pratica di sanatoria edilizia di una veranda; – il Giudice di pace di Taranto rigettò l’opposizione proposta dai committenti nei confronti del decreto ingiuntivo col quale venne ingiunto loro il pagamento, in favore del Salinaro, della somma di euro 697,94 (oltre interessi) a titolo di saldo del compenso dovuto per la prestazione professionale eseguita; – il Tribunale di Taranto, pronunciando quale giudice di appello, accogliendo parzialmente il gravame proposto dagli opponenti, revocò il decreto ingiuntivo opposto e rideterminò in euro 134,79 (oltre accessori e interessi legali) la somma spettante al professionista; – avverso la sentenza di appello ha proposto ricorso per cassazione Salinaro Giuseppe sulla base di cinque motivi; – Zennaro Antonio e Cantatore Maria Antonia hanno resistito con controricorso;

CONSIDERATO CHE

Il primo motivo (col quale si deduce la violazione degli artt. 339- 342-112 cod. proc. civ., per avere il Tribunale ritenuto ammissibile l’appello avverso la sentenza del giudice di pace pronunciata secondo equità a norma dell’art. 113 secondo comma cod. proc. civ., nonostante che non fosse dedotto alcuno dei motivi di appello tassativamente previsti dall’art. 339 terzo comma cod. proc. civ.) è fondato, in quanto, in base al combinato disposto degli artt. 339, terzo comma, e 113, secondo comma, cod. proc. civ., le sentenze pronunciate dal giudice di pace in controversie non eccedenti il valore di millecento euro – a prescindere dal fatto che siano pronunciate secondo diritto o secondo equità – sono appellabili «esclusivamente per violazione delle norme del procedimento, per violazione di norme costituzionali o comunitarie ovvero dei principi regolatori della materia» (cfr. Sez. 6 – 3, n. 6410 del 13/03/2013; v. anche Sez. 3, n. 17430 del 31/07/2006); – nella specie, con l’atto di appello, gli odierni ricorrenti formularono censure non consentite dall’art. 339 terzo comma cod. proc. civ., in quanto vertenti sulla ricostruzione del fatto e sulla valutazione delle prove; – l’atto di appello, pertanto, avrebbe dovuto essere dichiarato inammissibile; – il primo motivo va, pertanto, accolto con conseguente cassazione della sentenza impugnata; – va pronunciata cassazione senza rinvio, ai sensi dell’art. 382 terzo comma cod. proc. civ., in quanto il giudizio di appello non avrebbe potuto essere celebrato; – gli altri motivi rimangono assorbiti; – a carico dei controricorrenti, risultati soccombenti, vanno poste le spese relative al presente giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo;

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo, dichiara assorbiti gli altri; cassa senza rinvio la sentenza impugnata e condanna la parte controricorrente al pagamento, in favore del ricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 300,00 (trecento) per compensi, oltre

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