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Assegno divorzile: la contestazione dei redditi dichiarati e il controllo della finanza

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Gli accertamenti ispettivi tributari durante le cause di divorzio

Durante le controversie relative alle cause di divorzio uno degli aspetti più oggetto di contestazione tra le parti è l’importo dell’assegno di mantenimento. Spesso la parte economicamente più debole del rapporto contesta la dichiarazione dei redditi fornita dal coniuge, ai sensi dell’art 5 comma 9 della legge sul divorzio, perchè essa non corrisponde alla realtà del tenore di vita del suo ex. Così capita frequentemente che nei confronti della parte economicamente più forte venga richiesto un accertamento ispettivo della guardia di finanza. In questo modo se dovessero emergere redditi superiori a quelli dichiarati si potrebbe configurare anche un aumento dell’assegno di mantenimento a favore dell’ex coniuge parte debole del rapporto.

E’ il giudice della causa di divorzio che decide se accogliere la richiesta di accertamento ispettivo tributario

Il giudicante non è in alcun modo obbligato ad accogliere la richiesta della parte economicamente debole del rapporto. 

Tuttavia, contrariamente a quanto si pensa, il giudice della causa di divorzio non è obbligato a disporre l’accertamento tributario pure se oggetto di richiesta di una parte del processo. Rientra infatti tra i poteri del giudice quello di accogliere o meno una richiesta processuale, ciò ai sensi degli arttt 187 e 116 cpc. Il giudice è infatti sempre tenuto a valutare tutte le prove secondo il suo prudente apprezzamento, salvo che ci siano nel giudizio le cosiddette prove legali, cioè prove la cui efficacia è predeterminata dalla legge. Egli se ritiene che la causa sia matura per la decisione senza assunzione di altri mezzi di prova, può rimettere le parti davanti al collegio che l’organo designato a pronunciare la sentenza. Il giudice quindi se non ravvisa gli elementi per ritenere credibile la contestazione di una delle parti non è tenuto a disporre l’accertamento da parte della guardia di finanza. E’evidente che ciò che farà la differenza saranno le prove e i documenti esibiti nel processo dalla parte richiedente. Se ad esempio si esibiscono atti di proprietà di beni mobili registrati o altri immobili non inseriti nella dichiarazione dei redditi esibiti dall’altra parte, è evidente che il giudice difficilmente negherà il richiesto controllo tributario. Ad ogni non si deve cadere nell’equivoco di ritenere che il giudice sia obbligato a disporre l’accertamento ispettivo della guardia di finanza, perchè anch’esso è una prova e come tale rientra nel potere del giudicante se disporlo oppure no. Nulla impedisce infatti che ove il giudice non sia convinto di una certa dichiarazione dei redditi può disporre egli stesso dell’accertamento tributario, senza neanche la richiesta di controparte. Ciò rientrerebbe senza dubbio nei poteri d’ufficio del giudicante previsti nel codice di procedura civile. A ribadire che non sussiste alcuna automaticità tra richiesta di una parte e l’accertamento ispettivo della guardia di finanza è stata recentemente anche la Corte di Cassazione I sezione civile con la sentenza n. 9535/2019.

Avv, Italo Carbone

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